Mary Beard si chiede come un paese qualunque d'Italia sia arrivato a governare tre continenti. Segue Roma per mille anni, fino al 212 d.C., quando Caracalla ha reso cittadini tutti gli abitanti liberi dell'impero. È un libro su come Roma è cresciuta, non su come è caduta.
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SPQR
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Nel 63 a.C. Cicerone ha detto al senato che l'aristocratico rovinato Catilina voleva bruciare Roma. Il senato gli ha creduto e i prigionieri sono stati giustiziati senza processo. Cicerone è stato acclamato "padre della patria". Cinque anni dopo il popolo ha messo fuori legge chi uccideva un cittadino senza processo; Cicerone ha dovuto lasciare Roma. Gli hanno demolito la casa e sul terreno vuoto hanno alzato un tempio alla Libertà. Beard comincia qui, non da Romolo, perché pone una domanda ancora attuale: fino a che punto uno Stato può violare le sue regole per sentirsi sicuro?
Io sono Luca di Alex Learns dot com. Oggi approfondiamo il libro SPQR di Mary Beard.
Mary Beard insegna lettere classiche al Newnham College di Cambridge e dirige le pagine classiche del Times Literary Supplement. Ha scritto su Pompei, sui trionfi romani e sul riso romano. Legge latino e greco, ma usa anche lapidi, rifiuti e terra. Qui descrive scienziati che studiano i rifiuti di una latrina di Ercolano per capire cosa mangiavano i romani comuni: uova e ricci di mare. Ha scavato in siti freddi e umidi della Britannia, rifiuta di chiamare "grandi" i conquistatori e prova a vedere Roma dalla parte dei vinti.
SPQR sta per Senatus PopulusQue Romanus, "il Senato e il Popolo di Roma". Ha un prologo, dodici capitoli e un epilogo. Il primo ci getta nella crisi di Catilina; poi vengono i miti di fondazione, i re e la giovane Repubblica. Poi Roma attraversa l'Italia, il Mediterraneo, la guerra civile e il potere di uno solo con Augusto e i suoi imitatori. Due capitoli lasciano la politica per ricchi, poveri e province. Tutto si ferma nel 212 d.C. Gibbon ha scritto di decadenza e caduta; Beard di crescita.
1. Roma non è partita per conquistare il mondo. I romani parlavano di destino; Beard non ci crede, e la crescita di Roma resta un enigma. Non vale neanche il contrario: Roma non attaccava vicini pacifici. L'Italia era piena di piccole potenze militariste quanto lei. La conquista della Gallia di Cesare ha lasciato forse un milione di morti, e i romani stessi l'hanno chiamata crimine.
2. Roma vinceva perché trovava sempre altri uomini. Battendo un popolo italico di solito non lo occupava né lo tassava: chiedeva solo soldati. Così ogni vittoria facilitava la guerra dopo. Verso il 300 a.C. poteva chiamare quasi mezzo milione di uomini; Alessandro Magno ha invaso l'Oriente con circa cinquantamila. Roma poteva perdere una battaglia e vincere la guerra.
3. Roma ha inventato una cittadinanza da condividere con la propria città. Nel mondo greco appartenevi a una sola città. Roma ha rotto la regola: ad alcune città italiche ha dato cittadinanza piena, ad altre una limitata, senza voto. Si era cittadini della propria città e di Roma insieme. Anche gli schiavi liberati da romani diventavano cittadini. Un re di Macedonia diceva che così Roma cresceva; Atene liberava pochi schiavi e non dava loro nulla.
4. I cittadini comuni hanno conquistato i diritti andandosene. Per due secoli i plebei, i cittadini senza sangue nobile, hanno chiesto parte del potere. La loro arma era l'uscita di massa, metà sciopero metà ammutinamento. La prima, nel 494 a.C., ha funzionato: hanno ottenuto magistrati propri, i tribuni. Nel 367 a.C. si è aperto loro uno dei consolati; nel 326 a.C. Roma ha abolito la schiavitù per debiti e la libertà del cittadino è diventata intoccabile.
5. I miti di fondazione parlano di omicidio e porte aperte. Romolo ha ucciso il fratello Remo, e i romani capivano il senso: la guerra civile era di famiglia. Orazio ha scritto che il sangue di Remo si vendicava ancora. Romolo però ha riempito la città accogliendo tutti: stranieri, fuggitivi e criminali. Anche di questo discutevano: Giovenale derideva famiglie orgogliose i cui veri antenati erano pastori o peggio. Le prove sono poche: la storia richiede ricostruzioni prudenti.
6. La Repubblica è caduta perché un governo di paese voleva reggere un impero. Le istituzioni erano quasi le stesse dal IV secolo a.C.: senza polizia, una lite poteva finire in rissa di strada. Nel 133 a.C. alcuni senatori hanno ucciso a bastonate il riformatore Tiberio Gracco e gettato i corpi nel Tevere. Poi Silla ha marciato su Roma con liste di morte per un terzo del senato. Con Silla quasi tutti gli ufficiali si sono rifiutati; con Cesare quasi tutti l'hanno seguito.
7. Il carattere dell'imperatore contava molto meno di quanto sembri. Beard ama i racconti: Nerone con la lira, Commodo che mostra a senatori spaventati la testa di uno struzzo morto, Domiziano solo in una stanza a uccidere mosche con la penna. Ma nota una regola: gli imperatori assassinati hanno pessima fama, quelli morti nel letto una buona. Intanto la macchina del governo restava uguale e fuori dal palazzo pochi badavano al trono.
8. Quasi tutti i romani lavoravano, e le loro tombe lo dicono. Cicerone e altri disprezzavano il lavoro pagato; i romani comuni no. Solo sulle lapidi di Roma compaiono più di duecento mestieri. Il fornaio Eurisace si è fatto una tomba di dieci metri a forma della sua macchina per il pane. Una pietra dalla Spagna mostra un bambino di quattro anni con attrezzi da miniera. Vicino a una vecchia lavanderia, ossa di giovani operai mostrano anni di stoffa pestata.
9. Beard non vuole che copiamo Roma, ma che discutiamo con lei. Non crede più a lezioni dirette: i romani litigavano tra loro quanto noi e non esiste un modello romano unico. Ma le nostre idee su potere, cittadinanza, impero e violenza sono nate parlando con loro. La frase con cui Cicerone ha attaccato Catilina, "Fino a quando abuserai della nostra pazienza?", compare ancora sui cartelli di protesta.
Come ha fatto un villaggio qualunque a diventare SPQR su tre continenti? Beard non risponde con il destino né con un'arma segreta. Roma trasformava i nemici vinti in soldati e poi in cittadini. In casa discuteva duramente di debiti, terre e libertà, allargando il cerchio di chi contava. Nel 212 d.C. Caracalla ha chiuso quel processo di mille anni: più di trenta milioni di provinciali sono diventati romani di colpo. La vecchia linea tra conquistatore e conquistato è sparita; ne è nata una tra ricchi e poveri. Roma va presa sul serio, dice Beard, ma non adorata.